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31.05.2016 La parola all'esperto

Quando il Welfare fa sistema

L'esperienza di Andrea Keller : "Tanti i passi avanti compiuti ma gli spazi di miglioramento sono ancora consistenti affinché i benefit rispondano alle esigenze reali e tengano presenti smart working e attività occasionali".
 

Quel Welfare State sostenuto dalle casse dello Stato e basato su servizi rigidi e standardizzati è sempre più un ricordo del passato. Da un lato, l’invecchiamento della popolazione e i mutamenti sociali come l’aumento dei flussi migratori, dall’altro l’alta incidenza del debito pubblico e la trasformazione dei modelli produttivi stanno dando vita a una nuova welfare community, in grado di integrare il welfare pubblico con risorse e competenze del privato e del non profit.
 
A MISURA DI LAVORATORE
Uno sguardo interessante sull’evoluzione del welfare aziendale è quello di Edenred, la società che ha inventato il Ticket Restaurant ed è leader mondiale nella gestione di fondi finalizzati per le imprese come spese professionali e incentivi e bonus per i dipendenti. «Il welfare aziendale rappresenta uno degli ambiti che meglio esprimono il ruolo economico e sociale dell’impresa rispetto al mercato del lavoro, all’innovazione sostenibile e allo sviluppo del terzo settore – spiega Andrea Keller, AD di Edenred, che è presente in 42 paesi con più di 6.000 collaboratori e nel 2014 ha emesso buoni per 17,7 miliardi di euro – e oggi sta crescendo molto in seguito alle esigenze di maggiore flessibilità imposte dalle dinamiche del mondo moderno. Così, abbiamo visto nascere e crescere lo smart working ma anche un nuovo welfare, in cui l’erogazione dei servizi da parte dell’azienda risponde a specifici bisogni del dipendente». Se un tempo, su questi temi, il rapporto tra azienda e dipendente era rigido e il tipo di servizi e di modalità di erogazione si definivano dall’alto, la tendenza oggi è quella di profilarli a seconda dei bisogni (flexible benefit). Baby-sitting, pensioni integrative, asili aziendali e lavori domestici, tutto viene strutturato in base al percorso professionale e di vita del dipendente.

IL PUNTO DI VISTA DELL’IMPRESA-VOUCHER UNIVERSALI
Anche in altri paesi come Francia, Spagna e Inghilterra, si è radicata la tendenza ad armonizzare questi strumenti al principio di flessibilità. Il modello francese, per esempio, che nel welfare aziendale è stato un precursore, è basato sul Cesu (Chèque Emploi Service Universel), un voucher per i servizi alla persona ideato nel 2005 per incentivare l’emersione del lavoro informale di domestiche e badanti. In undici anni di attività il servizio ha creato più di 100.000 posti di lavoro qualificati, favorendo la messa in regola di mestieri storicamente poco considerati come l’aiuto domestico. E proprio il voucher universale è una delle novità introdotte in Italia grazie alla Legge di Stabilità 2016: un buono acquisto prepagato (quello di Edenred si chiama Ticket Welfare) e totalmente esentasse fino a un tetto di 2.000 euro (estensibili fino a 2.500 nel caso di aziende che coinvolgano i lavoratori in attività paritetiche). Quindi, l’azienda stanzia un importo che è il conto welfare a disposizione del beneficiario, che decide quali servizi e in che modo usufruirne. «Mentre prima servizi di welfare erano erogati in vari modi, oggi il voucher diventa la porta di accesso omogeneo per tutti i servizi previsti dalla legge» sottolinea Andrea Keller. «Per le aziende è ottimo perché le procedure omogenee favoriscono la produttività. C’è anche un’apertura di rete, perché per esempio sarà lo stesso dipendente che proporrà l’asilo in cui vuole usare il voucher e dopo l’accettazione – il voucher è anche digitale – l’asilo si vedrà bonificato sul proprio conto la quota stabilita dal totale del corrispettivo del voucher». Con tutta probabilità le grandi aziende continueranno a gestire piani welfare più complessi, con ulteriori pacchetti aggiuntivi rispetto agli accordi di categoria, ma per le Pmi il voucher è senza dubbio un’innovazione che snellisce il processo e velocizza l’ottenimento del servizio. «La legge permette di superare le complessità del vecchio metodo, basato su rimborsi e altri macchinosi meccanismi e inoltre crea sistema con importanti novità soprattutto nella contrattazione di secondo livello: non è più riservata a tanti accordi one-to-one con il concorso dei sindacati, ma punta a fare del welfare qualcosa di strutturale» aggiunge Andrea Keller.
 
SPAZI DI MIGLIORAMENTO…
Un sondaggio in merito alle novità della legge condotto su un campione di 186 aziende da Edenred e da Marsh, società di intermediazione assicurativa e consulenza sui rischi, ha rilevato che per il 50% degli intervistati la cura dei familiari favorirà un miglior equilibrio tra impegni personali e lavorativi dei propri dipendenti; per il 15% migliorerà l’engagement; per un 14% incrementerà la produttività favorendo una riduzione delle assenze, mentre un altro 15% non è in grado di stimarli. Tuttavia la “conciliazione lavoro-famiglia” prevista dalla legge ha dei punti da chiarire e alcuni aspetti che possono essere migliorati. «C’è una buona legge, un decreto attuativo che ne specifica gli aspetti, ma manca un terzo tassello importante, ovvero la circolare dell’Agenzia delle entrate, di cui attendiamo l’ultima parola. Ci sono aspetti poco chiari, come la definizione di baby sitting, e le aziende hanno sempre interpellato l’Agenzia per avere la certezza di non sbagliare, anche per gli aspetti fiscali» spiega Andrea Keller.
 
… ANCHE PER I LAVORATORI AUTONOMI
Il provvedimento inoltre tiene conto solo in minima parte di quella ormai vasta schiera di lavoratori autonomi e atipici, di cui le aziende fanno largo uso e che meriterebbero qualche attenzione in più negli interventi di welfare aziendale. «Non c’è dubbio che molti lavoratori autonomi che mettono le loro competenze a disposizione delle aziende non sono coperti da servizi invece riconosciuti nei rapporti di lavoro diretto» precisa Keller. «Eventuali interventi futuri devono tenere conto delle dinamiche specifiche dello smart working, compresa l’attività occasionale di molti collaboratori. Il tema del welfare non può essere affrontato partendo dalla contrapposizione tra pubblico e privato. È un approccio sbagliato perché l’unica ricetta possibile è che l’uno coesista all’altro. Agli occhi del lavoratore è la centralità del servizio che conta, e l’obiettivo finale è l’integrazione. Anche per questo il rapporto con i sindacati è ottimo, perché loro sono i primi ad avere questo tema al centro delle loro strategie».
 
SE IL WELFARE ACCOMPAGNA TRASFORMAZIONI SOCIALI
A guardare i numeri, è evidente che c’è ancora molto da fare. Secondo un’indagine di Edenred, oggi in Europa  650.000 madri rinunciano al lavoro per prendersi cura dei familiari non autosufficienti, mentre il peso del welfare informale su ogni famiglia è di 667 euro al mese. E in futuro, in mancanza di interventi strutturali, non andrà meglio: nel periodo 2010-60 le persone non autosufficienti aumenteranno del 38,7%, in Italia del 47,7%, e passeranno dagli attuali 4,4 milioni a 6,5 milioni, ossia il 10% della popolazione. «Alcuni paesi non sono pronti a gestire le grandi trasformazioni sociali che stiamo vivendo» conclude Andrea Keller. «Per esempio, l’invecchiamento della popolazione per alcuni paesi è uno shock. Un buon sistema di welfare aziendale deve adattarsi a queste dinamiche e cercare il più possibile di anticipare i cambiamenti, ripensandosi ogni volta. E, in questo senso, anche l’accuratezza e la completezza delle informazioni sul singolo servizio fornite ai dipendenti sono fondamentali».
Tra i servizi particolari offerti da Edenred si annovera l’ideal meal, con cui dal 2013 si promuovono presso le aziende servite una serie di buone pratiche per un’alimentazione sana ed equilibrata, che in alcuni paesi si sono trasformate in una campagna per la lotta all’obesità; o il maggiordomo aziendale, una figura a disposizione dei dipendenti per la gestione di commissioni varie come la tintoria o i servizi postali. «Il welfare non deve essere vissuto come qualcosa che esiste solo al di fuori dell’ufficio, ma anche in seno all’azienda. Deve essere, appunto, un sistema».