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10.07.2014 Focus on

Secondo welfare: origini e diffusione

Sviluppatosi dalla crisi dei tradizionali sistemi di protezione sociale, il secondo welfare offre nuove modalità e forme di protezione per soddisfare i bisogni dei cittadini.

Il Secondo Welfare non può definirsi propriamente una novità, perché di fatto trae origine dalle corporazioni medievali e dalle società di mutuo soccorso ottocentesche, e nell’Italia del Novecento assunse per esempio le forme dei villaggi industriali dei Crespi, quelle caritatevoli dei Marzotto, con orfanotrofi, ospizi, scuole e colonie, o infine quelle comunitarie di Olivetti, incentrate sul dialogo, la cogestione, la valorizzazione del territorio.
 
Dopo aver incorporato l’uso anglosassone, diffusosi negli anni Ottanta, di gratificare manager e colletti bianchi con benefit e premi produzione, il Secondo Welfare sta acquisendo oggi, anche grazie alla crisi, un rilievo senza precedenti.
 
Dal Primo Rapporto sul Secondo Welfare in Italia, pubblicato dal Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi” di Torino, emerge che l’incidenza del Terzo settore sul Pil è valutabile in più di 4 punti, gli occupati retribuiti sono circa 670mila unità, cui si aggiungono quasi 5 milioni di volontari.
 
Le cooperative sociali (un’invenzione italiana) sono più di 11mila, più di 6mila le Fondazioni.
 
Fra queste spiccano le Fondazioni di origine bancaria, anch’esse un caso tutto italiano, che dispongono di un patrimonio di 42 miliardi di euro e che nel 2012 hanno permesso di erogare quasi 1 miliardo di euro tramite 22mila interventi. Di questi poco meno della metà, sia in termini di interventi che di somme erogate, è andata a settori direttamente riconducibili all’ambito del welfare.
 
Escludendo la previdenza complementare già da tempo presente nella quasi totalità delle grandi imprese, oltre l’80% delle aziende italiane con più di 500 dipendenti ha avviato una qualche iniziativa di welfare aziendale, e ben il 43% offre almeno due tipologie di interventi di welfare per i propri lavoratori.
 
Anche il settore assicurativo sta lentamente attivandosi nella copertura dei rischi sociali. La sua incidenza è però tuttora inferiore a quella che si registra negli altri paesi sviluppati, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta “long-term care”.
 
Il potenziale di espansione è perciò ampio, anche considerando il crescente interesse dei consumatori rivelato dalle inchieste d’opinione e il fatto che la spesa sanitaria a carico delle famiglie si aggira tra il 25 e il 30% della spesa sanitaria complessiva.
 
Il forte incremento della povertà, della disoccupazione priva di sostegno reddituale e della vulnerabilità (che ha ormai raggiunto le fasce inferiori del ceto medio) ha stimolato la mobilitazione finanziaria di una pluralità di attori, e soprattutto delle Fondazioni di comunità, spesso in collaborazione con enti locali e sindacati.
 
In molti casi si è cercato di andare oltre la logica dei sussidi di emergenza, sperimentando soluzioni di micro-credito accompagnato da counseling mirato e tutoraggio.
 
Come spesso succede, benché negli ultimi anni si sia registrato qualche progresso (ad esempio grazie alla Fondazione con il Sud, ma anche al progetto La.Fem.Me per la sperimentazione di misure di conciliazione famiglia-lavoro all’interno delle aziende delle regioni del Sud), il secondo welfare tende a concentrarsi nel Centro-Nord, mentre sarebbe fondamentale un suo rapido sviluppo nel Mezzogiorno, non solo come strumento di risposta ai bisogni, ma anche come volano occupazionale.
 
Se, come detto, l’80% delle aziende da più di 500 dipendenti ha attivato iniziative di welfare, le PMI devono costituire reti d’impresa coadiuvate da istituzioni locali e associazioni di categoria, ma ciò accade molto di rado, e soprattutto al Nord. Al Sud invece, il Secondo Welfare assume, quando lo si trova, la fattispecie del familismo informale e del solidarismo comunitario.