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02.03.2016 La parola all'esperto

Tutti i numeri del Welfare: per i dipendenti, l'economia e l'occupazione.

Continua la chiacchierata con Andrea Keller che racconta, numeri alla mano, gli scenari futuri della rivoluzione Welfare.

Quale cambiamento culturale di fondo ha innescato lo sviluppo del welfare aziendale? Cosa chiedono i dipendenti e quali effetti concreti sulla produttività e l'economia possono derivare da una corretta implementazione di piani di welfare aziendale?
 

Andrea Keller: Assistiamo ad un fondamentale cambiamento dei bisogni e delle rivendicazioni dei dipendenti rispetto al passato: oggi i desiderata attengono maggiormente la dimensione del benessere del singolo e della sua famiglia e non esclusivamente l'aspetto retributivo.



Il Barometro Edenred-IPSOS  2014, l'indagine sul benessere e la motivazione dei lavoratori condotta da Ipsos ormai da nove anni in 8 paesi europei, rivela  in modo chiaro che il cambiamento dei bisogni si sostanzia in tre principali aspetti:
  1. maggiore potere d’acquisto (richiesto dal 40% dei lavoratori, con +6 punti percentuali rispetto all’anno precedente);
  2. disponibilità di servizi alla persona e alla famiglia per migliorare la conciliazione tra vita privata e professionale;
  3. possibilità di crescita personale e professionale.

Il 67% dei lavoratori dichiara inoltre di lavorare oltre l’orario di lavoro, a casa, e il 62% afferma di svolgere alcune delle incombenze familiari e personali durante l’orario di lavoro, in ufficio. Si tratta del  cosiddetto «effetto blurring» a testimonianza della crescente difficoltà di mantenere un equilibrio tra  lavoro e privato. 

Analizziamo ora queste criticità da un punto di vista matematico: il potere d’acquisto e la spesa in servizi alla persona sono due variabili direttamente proporzionali nel sistema interdipendente che unisce Famiglie-Imprese-Stato. Se il potere d’acquisto diminuisce, si riducono le spese per la conciliazione e per il tempo libero, in alcuni casi fino al punto di dover abbandonare il posto di lavoro. Questo fenomeno contribuisce inoltre ad aumentare la disoccupazione, soprattutto femminile, inficia la qualità e sostenibilità del Terzo settore, che eroga i servizi alla persona e impatta negativamente sul PIL. Se, al contrario, il potere d’acquisto viene difeso e accresciuto, si innesca un circolo virtuoso in grado di aumentare il panel di servizi di cura, la competizione tra i soggetti erogatori e, infine, impattare positivamente sul PIL del nostro paese.

Il welfare aziendale è in grado di innescare questi effetti benefici. Grazie ad un cuneo fiscale favorevole, ad esempio, 1.000 euro erogati sotto forma di servizi alla persona (sussidi per asilo nido, baby sitter o badante, borse di studio, campus estivi, check up medici, pensione integrativa, assicurazione sanitaria, e servizi di ricreazione) valgono 1.000 euro netti  per il dipendente e costano 1.000 euro all’azienda (al netto del recupero IRES e IRAP). Un’erogazione monetaria dello stesso importo, invece, costerebbe 1.400 euro all’azienda a fronte di un netto al dipendente pari a circa 600 euro!

Il  welfare aziendale è in grado di produrre due risultati con una sola operazione: aumento del potere di acquisto e offerta di servizi di conciliazione e benessere. È un meccanismo semplice che risponde a rinnovate istanze sociali che non riguardano solo  chi è già parte del mercato del lavoro, ma anche chi vi si sta affacciando. 


SC